martedì 9 maggio 2017

Blogtour "La casa delle onde" di Jojo Moyes

Ciao a tutti! Eccoci giunti alla seconda tappa del blogtour dedicato al nuovo libro di Jojo Moyes, La casa delle onde, edito Mondadori, in libreria dallo scorso 2 Maggio. Scopriamo l'incipit del libro.


Prologo
Una volta mia madre mi disse che, per scoprire il nome del proprio futuro marito, era sufficiente gettarsi la buccia intera di una mela dietro
le spalle. Quella formava una lettera… di tanto in tanto, almeno. E lei ci credeva a tal punto che, anche quando la buccia somigliava a un sette o a un due, riusciva a vedere, chissà come, una B o una D. Nonostante io non conoscessi nessun B e nessun D.
Ma con Guy non fu necessaria una mela. Compresi fin dal primo momento che quello era il volto dell’uomo che mi avrebbe portata via dalla mia famiglia, che mi avrebbe amata, adorata, con cui avrei avuto molti bellissimi bambini. Era il volto che avrebbe pronunciato la promessa di matrimonio mentre lo fissavo ammutolita. Era il primo viso
che mi sarei trovata davanti la mattina e l’ultimo prima di chiudere gli occhi nel dolce respiro della sera.
Lui lo sapeva? Ovviamente. Mi salvò. Come un cavaliere con indosso abiti sgualciti invece di un’armatura scintillante. Un cavaliere
emerso dall’oscurità, per trascinarmi nella luce. In realtà... mi apparve nella sala d’attesa della stazione. Quei militari mi stavano importunando mentre aspettavo l’ultimo treno. Ero stata a un ballo con il
mio capo e sua moglie e avevo perso la corsa precedente. Avevano bevuto parecchio e non la smettevano più di chiacchierare. Non volevano accettare un “no” come risposta, anche se io, intuendo che era meglio non parlare con loro, mi ero seduta su una panca nell’angolo, il
più lontano possibile. Ma si avvicinarono comunque e uno di loro cominciò ad allungare le mani, fingendo che fosse una specie di scherzo.
Avevo una paura tremenda, perché era tardi e in giro non c’era nessuno, nemmeno un facchino. Io non facevo che ripetere di lasciarmi stare, ma invano. Non ne volevano sapere. Poi il più grosso, un vero animale, mi aggredì. Aveva un’orribile faccia ispida e il fiato puzzolente.
Disse che sarei stata sua, che mi andasse o no. Avrei voluto strillare, ovviamente, ma non ci riuscivo perché ero paralizzata dal panico.
A quel punto arrivò Guy. Fece irruzione nella sala d’aspetto e chiese al tipo che intenzioni avesse, minacciando di riempirlo di botte. Poi
affrontò gli altri tre. Loro lo insultarono e uno gli mostrò anche i pugni, ma dopo qualche istante quei codardi fuggirono imprecando.
Io tremavo. E piangevo. Lui mi fece sedere e mi offrì un bicchiere d’acqua. Fu talmente gentile. Talmente dolce. Mi disse che avrebbe atteso con me l’arrivo del treno. E così fu.
In quel momento, sotto le luci gialle della stazione, lo guardai in faccia per la prima volta. Lo guardai davvero, intendo. E compresi che era lui. Che era proprio lui.
Quando lo raccontai a mia madre, sbucciò una mela giusto per verificare. A me sembrava una D, però lei è tuttora convinta che fosse
una G. Ma a quel punto eravamo ben oltre le mele.

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