venerdì 29 dicembre 2017

Coffee Time with Federica Bosco

Metodica, caotica, sensibile e amante della letteratura anglosassone: Federica Bosco ci racconta di sé, di Ci vediamo un giorno di questi e della scrittura.



Ciao Federica. Ti andrebbe di parlare della tua passione per la scrittura e di quando hai deciso di trasformarla in lavoro? 
È stato abbastanza casuale perché ero grande, avevo già 31 anni e la scrittura non era mai stato davvero il mio sogno nel cassetto. Me ne sono andata di casa molto presto, a 20 anni, ho fatto tanti, tanti lavori, e cercavo di trovare quello che sarebbe durato tutta la vita e fare contenti i miei. Speravo di trovare la mia collocazione nel mondo, ma non ci riuscivo. Avevo viaggiato tanto sapevo fare tante cose, ma non mi sentivo mai come gli altri; non mi sentivo di appartenere al mondo, non sentivo nemmeno l'attaccamento al posto, e mi sentivo una totale delusione per gli altri, ero davvero scoraggiata. In tutta questo subbuglio di emozioni per niente belle e che non sapevo come affrontare venne fuori questa storia, Mi piaci da morire, che divenne poi il mio primo romanzo che è tuttora in ristampa dopo 15 anni. Non avevo mai scritto un libro, non mi ero mai cimentata nella stesura di un romanzo, e quindi ho capito che dovevo avere un dono, che non so chi mi aveva dato. Non avevo mai frequentato un corso di scrittura, non avevo neanche mai desiderato di farlo, invece questa cosa è arrivata da sola, in un momento complicatissimo e desolato e per questo lo considero un dono immenso e che è diventato in seguito un lavoro . Non avevo idea che potesse diventarlo, mi faceva quasi sorridere l'idea perché per me il lavoro è uscire di casa e andare. Ho un’ idea di disciplina molto forte che mi è stata inculcata da mio padre, per cui nonostante io lavori in casa, sono estremamente metodica, mi alzo presto, sbrigo la corrispondenza e “sto in ufficio” otto ore anche se è il mio salotto.
Ho trasformato questo dono che ho scoperto di avere anche se tardi in qualcosa che potesse fare bene a me e agli altri.
Scrivo molto, due libri l'anno, e tutto ciò che scrivo ha qualcosa a che vedere con me, è sempre qualcosa che mi sta succedendo o che mi è successa e che tento di elaborare per aiutare me stessa e gli altri.

A quale libro sei più legata, per un motivo o un altro?

Al Peso specifico dell'amore, perché è una storia molto forte, per me molto importante. Parlava della mia rottura con una persona che ho amato tantissimo e a cui tuttora voglio un bene immenso. Chiudere una storia con una persona a cui vuoi bene, perché  ti rendi conto che sei arrivata al capolinea nonostante l’affetto richiede un sacrificio immenso, capisci che è giunto il momento di lasciarsi liberi, ed è come tagliarsi un braccio. E’ stata una storia dolorosa, ma catartica che mi ha davvero fatto bene a scrivere.


E invece il più difficile da scrivere? 
Quest’ ultimo “Ci vediamo un giorno di questi”.
Avevo un lutto profondo da elaborare che è capitato all’ improvviso e l'ho elaborato attraverso questa storia, dandomi la possibilità di scrivere un finale diverso da quello che è stato fra noi. Che è poi l’ unico potere che hai come autore, il permetterti un “come sarebbe stato bello se...”, ma di fatto questo amico non c'è più, e io non l'ho salutato, e quindi questa cosa non la potrò risolvere in nessun modo. Se non quando ci vedremo un giorno di questi. Per cui è stato duro perché continuavo a volergli dare un altro finale, ma ho preferito una storia che si chiudesse in maniera reale, coerente e piena di speranza.


Tra tutti i tuoi libri mi ha stupito Dimenticare uno stronzo. Quando hai avuto l'idea di scriverlo, passando dal romance al manuale self-help? 
I manuali di auto aiuto sono una cosa che amo molto, ne leggo tanti e li trovo di grande aiuto e conforto. Mi piace alternare un romanzo a un manuale perché mi posso prendere una pausa di riflessione e principalmente serve a me per chiarire molte dinamiche interne che poi ci coinvolgono tutti. 
Ricevo mail da anni di donne intelligenti e capaci che cadono vittime di uomini egoisti infantili ed egocentrici, senza riuscire ad uscirne se non troppo tardi e a pezzi e ho capito che c’era un’ emergenza in atto: la dipendenza emotiva e ce l’abbiamo quasi tutte.
Quasi tutte abbiamo alle spalle storie di abbandono, di figure genitoriali non ideali, di amore elemosinato, di credere di essere non meritevoli di affetto.
Le donne sensibili sembrano forti, e lo sono sul lavoro e nell’ organizzazione della loro vita, ma emotivamente sono uno straccio e si accontentano moltissimo.
L 'infanzia che abbiamo passato definisce le donne che saremo da adulte. 
Continuiamo a trattarci come venivamo trattate da bambine, e se siamo state nutrite con un affetto che andava meritato invece che ricevuto a  prescindere in quanto figlie, andremo nel mondo con il piattino dell'elemosina sempre. 
Diventiamo donne di successo, grandi imprenditrici, spacchiamo il mondo, ma quando si tratta di scegliere un uomo è molto probabile che tu ne scelga uno che ti dà pochissimo perché è quello che pensi di meritare.
Perché in fondo ti senti sbagliata. E ti accontenti.
Dobbiamo ricordare che attiri ciò che sei e non ciò che vuoi: questa è una chiave di lettura importantissima da tenere a mente.
Il mondo esterno è il riflesso del nostro mondo interiore, se sei insicura e fragile attiri persone insicure e fragili, magari mascherati da narcisisti ed egoisti che ti manipolano e ti tengono appesa per anni alternando sapientemente grandi proclami a studiate crudeltà.
Non avendo sperimentato altro credi che l’amore sia quello e ti lasci ubriacare e ipnotizzare dalle belle parole che andranno a nascondere le mancanze e le cattiverie.
Le donne empatiche sono facili prende dei narcisisti, le captano come gli squali sentono la goccia di sangue nell’ oceano e ci giocano fino a spremere da loro ogni stilla d’amore, amore che in fondo disprezzano.
Dobbiamo imparare ad amarci e proteggerci e salvarci la pelle perché abbiamo la possibilità di avere una relazione sana, ma non pensiamo di meritarla. 
Mi è capitato molte volte di incappare in relazioni tossiche prima di decidere di mettermi in salvo sulla riva. 
Neanche mi piacevano a volte, me lo ricordo bene, ma bastava che qualcuno fosse carino e gentile, che anche se sentivo l’istinto della fuga, rimanevo lì, convincendomi che mi sbagliavo, ignorando i segnali sani di pericolo.
Se uno non ti piace non ti piace e basta, lascia perdere il perché. 
Se c'è un pericolo scappa se poi era un falso allarme bomba meglio, ma nel dubbio sempre mettersi in salvo, perché quando passano anni ne esci a pezzi, senza autostima, senza forze, disperata, e ci vuole molta forza e molto coraggio per ritrovare se stessi quando ci siamo persi nell’altro.
La dipendenza emotiva è una dipendenza a tutti gli effetti, esattamente come l’alcolismo, o la droga.
L’ amore rilascia nel cervello neurotrasmettitori come la dopamina e la serotonina (ormoni della ricompensa e del piacere)  con lo stesso meccanismo di ogni altra droga, una pioggia di piacere che ci fa star bene, ci fa sentire finalmente felici e non vorremmo rinunciarci mai.
Solo che l’alcol o una cattiva abitudine si possono abbandonare con determinati accorgimenti, primo fra tutti l’evitamento, ma quando si tratta di una persona che ti coinvolge e interagisce con te, e va a toccare quei tuoi punti deboli è difficilissimo.
Per questo ho deciso di scrivere un manuale detox che spiegasse il funzionamento chimico del cervello e poi tutte le tappe pratiche per uscirne il prima possibile.
Tutto testato in prima persona ovviamente! 
Rimaniamo fragili, emotive, ed iper empatiche, ma impariamo a individuare il lupo mannaro che continuerà ad attirarci, ma sapremo correre via a gambe levate.
Meglio in linea di massima evitare uomini machi, vanesi, narcisiti, fenomeni e spacconi, e preferire persone empatiche, sane, oneste che ti amano per quello che sei.
E il vero amore per fortuna si riconosce subito.



Che tipo di scrittrice sei?
Sono metodica perché scrivo tutti i giorni le mie otto ore (appunto!).
Ma appena arriva la storia la devo scrivere di getto.
Se sto troppo tempo ad innamorarmene perderà di spontaneità e non voglio che accada.
Quindi faccio una scaletta di massima che mi indichi la strada della mia meta, ma nel percorso posso fare tutte le deviazioni che voglio, anche perché sono i personaggi che scrivono la storia alla fine.
L’idea deve essere semplice: la storia di un amore che finisce malgrado l’amore (Il peso specifico dell’ amore) , la storia di due amiche per la pelle alle prese con la peggiore prova della vita, (Ci vediamo un giorno di questi)  la storia di un sogno di diventare ballerina alla Royal Ballet che si infrange contro la morte della persona che ami (Innamorata di un angelo) La storia di un’ infanzia difficile con un padre padrone e una mamma che non c’è più (Tutto quello che siamo).
La storia arriva quando è il momento e decide lei di farsi raccontare.
Ed è quello che è successo con questo romanzo.
Dovevo affrontare questo lutto, non riuscivo a dormirci la notte, dalla rabbia il dolore e la frustrazione di non averlo salutato, di non averlo saputo. E l’unico modo per farlo è stato scrivere subito.
Poi la magia fa il resto e la storia si chiude un giorno, da sola e ti lascia quel senso di completezza, di pace, e il dolore molla un pochino la presa.
Fino alla prossima ondata di emozioni.


Cosa pensi del panorama romance italiano?
Non lo seguo moltissimo perché ho notato che c’è un’ inondazione di titoli!
Quando ho cominciato a scrivere 15 anni fa non esisteva nemmeno il romance, ma io mi ispiravo moltissimo alle scrittrici anglosassoni, a quello stile ironico, e un po’ scorretto.
All’ epoca fu Bridget Jones a fare scuola, seguita da Sophie Kinsella, ma per l’Italia ci voleva altro, siamo più carnali, più di pancia, non ci siamo mai esattamente immedesimate nelle 4 di Sex and the city anche se le abbiamo amate perdutamente, perché non ci hanno mai rappresentato. 
Noi italiani abbiamo una “pancia” diversa che non può abbinarsi a ciò che fanno gli anglosassoni, ma trovavo che ci fosse un bisogno di ironia da Friends, da sitcom e che andava unito alla drammaticità tipica di noi italiani, per cui la vita e con lei tutte le sue conseguenze.
Non perché scrivi un romanzo ironico devi tralasciare la morte.
Per questo c'è sempre una tragedia nelle mie storie, perché questa è la vita. 
Per cui quando leggo la quarta di copertina, dove lui o lei si amano alla follia e non succede altro dico di no, ci vuole un po' di rispetto anche per il lettore. 
Per cui sforzarsi sempre  di scrivere una storia che non sia una scopiazzatura degli altri, un già visto e un già letto, e questo mi secca. 
Hai una buona opportunità, sfruttala: leggi, leggi, leggi tutto quello che puoi, leggi gli inglesi che sanno maneggiare il senso dell'ironia, e poi i classici come Jane Austen e Daphne Du Maurier da cui si impara sempre perché sono le basi. 
Se mancano le basi, la struttura, il mito del viaggio dell’ eroe con i suoi archetipi, non funzionerà.
Ma se a pagina 3 so già come finirà, non mi scrivere 400 pagine, liberami prima.


Cosa pensi della discriminazione che c'è tra autori romance e autrice romance?
C'è una discriminazione tra uomo e donna in Italia a prescindere dal romance. Noi veniamo catalogate con l’etichetta romanzi rosa, non ho mai visto l’ etichetta romanzi azzurri! 
In Italia in particolare lo scrittore serio è un uomo che ti parla di guerra, di mafia, e scrive saggi o se parla d’amore lo fa in maniera che viene automaticamente rispettata dalla critica. Se lo fa una donna ha solo scritto una storia con un Principe Azzurro e pertanto non si prendono la briga di leggerci. Se ci leggessero potrebbero criticarci alla pari. E’ un’ occasione sprecata.
Io penso sempre che se Harry Potter fosse nato in Italia avrebbero detto "Ah... no i maghetti non vanno". Se 50 sfumature fosse nato in Italia avrebbero detto "no, il sesso, scherzi?",
Nei paesi anglosassoni fortunatamente quando una cosa funziona e porta una valanga di soldi (anche se scritta da una donna) piace ed è rispettata. 
La Rowling è un impero vivente, la Kinsella o la James sono multinazionali. Qui in Italia non ce l’avrebbero mai fatta!
Ma dobbiamo continuare e non dare la soddisfazione di mollare.


Cosa non sopporti di un libro?
La prevedibilità, la mancanza di ironia e la convinzione dell'autore di essere troppo figo e che stia facendo un esercizio di stile per farti capire quanto è bravo. 
A volte ti innamori delle tue cose, è normale e sacrosanto perché è “roba” tua, il tuo vissuto, la tua storia, ma non puoi perdere di vista il fatto che stai scrivendo per qualcun altro e non puoi sviscerare tutta la tua vita, quello lo fai con il tuo analista, ma nel momento in cui scrivi un libro devi tenere in mente un punto Nord, non ti perdere. 
Tanto ti perderai comunque, ma almeno hai visto cosa c’era fuori dal finestrino.
  

Ringrazio ancora Federica per la disponibilità e per la splendida opportunità.


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