sabato 21 ottobre 2017

Il gioco di Gerarld di Stephen King, libro e film a confronto

Ciao a tutti!
Oggi parliamo di libri, ma anche di film. E parliamo del mio all time favourite: il Re. Netflix infatti ha prodotto la versione cinematografica di uno dei romanzi di Stephen King che ancora non era stato trasposto: Il gioco di Gerarld.





Quello che farò è cercare di parlare del libro e del film o cosa penso di entrambi, senza fare spoiler (spero).

In una casa isolata su un lago, Jessie si piega all'ennesima fantasia sessuale del marito Gerald, che questa volta l'ammanetta al massiccio letto in legno. Ma quando umiliata, lei lo allontana con un calcio, l'uomo si affloscia inerte, stroncato da un infarto. Il tempo passa e Jessie, immobilizzata e dolorante, sembra votata a una morte lenta, resa ancora più atroce dalla comparsa di un affamato cane randagio e da un'ombra misteriosa e irreale che fa capolino nella stanza...

Il gioco di Gerarld di Stephen King

Prezzo: cartaceo 10.90, ebook 7.99

Pagine: 384

Durata film: 103 minuti

Il gioco di Gerarld è uno di quei libri di King a cui pochi si avvicinano, forse per le stesse ragioni che hanno attratto me: la protagonista è inchiodata a un letto. Che azione posso sperare di avere? King è bravo, ma così bravo?
Alla fine della lettura ho potuto dire: sì, lo è. Non è uno dei miei libri preferiti, ma ci sono delle scene che ancora mi lasciano… inquieta, diciamo così.
Salto temporale di qualche mese, scopro che Netflix farà uscire la versione cinematografica. La domanda si ripropone: ce la faranno?
Vediamo quindi un po’ di punti: la prima cosa che mi piaciuta è la scena di apertura. Nel film si decide infatti di iniziare la narrazione mentre Jessie e Gerarld stanno arrivando alla casa sul lago, questo ci dà la possibilità di entrare in contatto con due punti importanti: il cane e la radio.
Altri cambiamenti nella parte iniziale sono la discussione, che permette di aprire una prima finestra sui dissapori della coppia, e che nel libro non c’era e la sensazione che quella sia la prima volta in cui i due provano il gioco erotico, mentre nel libro non era così. Tutti cambiamenti che vanno a beneficio dell’azione, nei film ancora più che nei libri devi show e non tell.
L’unica cosa che mi è dispiaciuta, ma me l’aspettavo, è la mancanza della storyline del cane, l’ex Prince. King è superbo nel raccontare qualcosa tramite gli animali, lo spaccato su l’ex Prince è stata una delle sorprese del libro di cui più sono stata contenta.
Una scena che attendevo con ansia è quella del bicchiere. È stata fatta bene, e ciò significa che è abbastanza grafica. Io quella scena, nel libro, l’ho letta mentre tornavo a casa con l’ora di punta del treno, immaginate come doveva essere guardarmi mentre la leggevo.


Di questa storia, sia nel film che nel libro, ho amato il modo in cui si cerca di dare una risposta al quesito “cosa pensa una persona quando sta per morire?”. King è bravo perché non lavora solo con le paure tipiche, quelle di cui tutti parliamo: ragni, fuoco, o morte per intenderci. King parla del mistero, ed è quello che ci spaventa. Jessie inchiodata al letto attende la Morte che le si presenta di fronte già la prima sera e a farle paura non è l’atto di morire, ma tutto ciò che avviene prima: il fare i conti con il suo passato e il momento in cui dovrà guardare la Morte in faccia (Morte che intendiamoci mette in inquietudine assurda nel film).
Ferma in quel letto Jessie deve tornare da suo padre e deve essere sincera con suo marito Gerarld (che va detto ne esce meglio nel film che non ne libro).
È una storia dell’orrore che presenta una grande attenzione al lato umano, Flanagan ha reso onore all’introspezione del personaggio, e non era cosa facile. Dove King sfruttava le voci dentro la testa di Jessie, Flanagan opta per delle allucinazioni. Il risultato su pellicola è buono e muove bene l’azione. In un universo (il nostro) dove certe trasposizioni dei romanzi di King lasciano il tempo che trovano (Cujo) o diventano dei piccoli cimeli di per sé (The Shining), Il gioco di Gerarld si inserisce a metà via, personalmente tendente ai ben riusciti che ai non.

La frase finale del lavoro di Flanagan è ottima e racchiude tutto il percorso che deve fare Jessie in quel letto, ma non ve la rovino. Solo, lascia il sapore di lavoro ben riuscito.


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